Dopo aver già trattato il dosser Café de Paris nell'ambito dei dossier di Roma Economia Urbana ora
Roma Economia Urbana pubblica come nuovo documento del dossier Caffè de Paris la lettera inviata il 30 aprile 2026 dal Comitato Rione Ludovisi alle istituzioni competenti.
La lettera chiede a Roma Capitale di attivarsi formalmente presso la Soprintendenza per l’avvio del procedimento di riconoscimento dell’interesse culturale del Caffè de Paris, in Via Vittorio Veneto, ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Il documento viene pubblicato dalla redazione come ulteriore contributo istruttorio al dossier già avviato da Roma Economia Urbana sullo stato del Caffè de Paris e sul destino di Via Veneto.
La richiesta è rilevante perché sposta la vicenda su un piano più alto.
Fino a oggi il Caffè de Paris è stato raccontato soprattutto come una ferita urbana: un locale chiuso, un’insegna spenta, una parte di Via Veneto sospesa tra memoria internazionale, vicende giudiziarie, proprietà immobiliare e mancata rigenerazione.
Con questa lettera, il Comitato Rione Ludovisi pone invece una domanda più precisa: il Caffè de Paris è soltanto un esercizio commerciale inattivo, oppure è un bene urbano dotato di un valore storico, culturale, cinematografico, fotografico, sociale e identitario tale da giustificare una tutela pubblica?
È questo il punto centrale.
Una serranda chiusa può essere un problema commerciale.
Il Caffè de Paris chiuso è un problema di città.
Perché questa lettera cambia il dossier
Nel primo dossier pubblicato da Roma Economia Urbana, il Caffè de Paris è stato ricostruito come uno dei casi più emblematici della crisi di Via Veneto: un luogo che aveva contribuito alla costruzione dell’immaginario internazionale della Capitale e che oggi rappresenta, al contrario, un vuoto visibile nel cuore del salotto romano della Dolce Vita.
La lettera del Comitato Rione Ludovisi non smentisce quella lettura. La rafforza.
Perché non si limita a dire che il Caffè de Paris dovrebbe riaprire.
Dice qualcosa di più preciso: prima ancora di discutere come riaprirlo, bisogna riconoscere che cosa sia il Caffè de Paris per Roma.
Non un locale qualunque.
Non una superficie commerciale disponibile.
Non un semplice spazio al piano terra di un edificio di pregio.
Ma un luogo che ha partecipato alla costruzione dell’immagine internazionale della città, insieme a Via Veneto, agli alberghi, al cinema, ai fotografi, ai giornalisti, agli artisti, alla moda, alla mondanità e al turismo di fascia alta.
Il dossier, quindi, entra in una fase nuova.
Non riguarda più solo il degrado di un singolo immobile.
Riguarda la capacità di Roma di riconoscere e governare i propri luoghi simbolici.
In sintesi: che cosa chiede il Comitato
La lettera chiede sette cose principali:
-
che Roma Capitale presenti una richiesta motivata alla Soprintendenza per la dichiarazione di interesse culturale del Caffè de Paris;
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che l’amministrazione comunale collabori alla raccolta della documentazione storica, fotografica, cinematografica, urbanistica e testimoniale;
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che il Municipio I e le altre istituzioni sostengano l’iniziativa, anche alla luce del danno di immagine prodotto dallo stato di abbandono del locale;
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che siano adottate misure urgenti di decoro urbano per mitigare l’impatto negativo della chiusura;
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che si valuti l’iscrizione del Caffè de Paris nell’Albo delle Botteghe Storiche e dei Locali di Tradizione di Roma Capitale;
-
che, nelle more del procedimento, siano considerate misure cautelari capaci di impedire trasformazioni incompatibili con la memoria e il decoro del luogo;
-
che si apra un tavolo istituzionale sul futuro del compendio, affinché la rifunzionalizzazione del Caffè de Paris sia coerente con la sua natura di caffè storico iconico.
Questi sette punti mostrano che la lettera non è soltanto una petizione culturale.
È una proposta di metodo.
Il Comitato chiede che la vicenda esca dalla genericità e venga portata dentro una procedura verificabile.
Il punto giuridico: il Comune non impone il vincolo, ma può chiedere l’istruttoria
La parola “vincolo” viene spesso usata nel dibattito pubblico in modo generico.
Nel caso del Caffè de Paris, invece, occorre essere precisi.
La dichiarazione di interesse culturale non è un’etichetta celebrativa. È un procedimento amministrativo previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio. Serve a verificare se un bene, anche privato, presenti un interesse particolarmente rilevante sotto il profilo storico, artistico, architettonico, culturale o testimoniale.
Per questo la lettera del Comitato richiama il D.Lgs. 42/2004 e, in particolare, l’articolo 14, relativo all’avvio del procedimento.
Il cuore tecnico della richiesta è il seguente: il Comune di Roma, in quanto ente territoriale direttamente interessato, può sollecitare la Soprintendenza affinché valuti la sussistenza dei presupposti per la dichiarazione di interesse culturale.
Questo significa che il Comitato non chiede al Comune di imporre direttamente il vincolo.
Chiede l’apertura di un’istruttoria.
Ed è un punto decisivo.
Perché l’istruttoria obbligherebbe le istituzioni a ricostruire in modo ordinato il valore del Caffè de Paris, separando la memoria dalla prova documentale, la nostalgia dalla tutela, la fama dalla rilevanza culturale.
Il Caffè de Paris non è solo un bar chiuso
La domanda di fondo è semplice: perché il Caffè de Paris dovrebbe meritare una valutazione di interesse culturale?
La risposta non può essere: perché è famoso.
La fama, da sola, non basta.
Il punto è un altro: il Caffè de Paris ha avuto una funzione urbana e simbolica che ha superato la normale attività di somministrazione.
È stato un luogo di relazione.
Un luogo di rappresentazione.
Un luogo di produzione dell’immagine di Roma.
Un luogo in cui si sono incontrati cinema, fotografia, costume, mondanità, turismo internazionale, ospitalità, moda e giornalismo.
In altre parole, il Caffè de Paris non va letto soltanto come impresa commerciale, ma come infrastruttura immateriale della Via Veneto internazionale.
Questa è la forza della lettera del Comitato.
Non chiede di tutelare un bancone o una sala per ragioni sentimentali.
Chiede di valutare se quel luogo abbia assunto, nel tempo, un valore testimoniale per la storia urbana e culturale della Capitale.
Il concetto decisivo: bene urbano testimoniale
La categoria più utile per comprendere il caso è quella di bene urbano testimoniale.
Un bene urbano testimoniale non è necessariamente un monumento nel senso classico del termine.
Non è sempre una chiesa, un palazzo storico, un’area archeologica o un’opera d’arte.
Può essere anche un luogo della vita collettiva che, per intensità di uso, riconoscibilità pubblica, stratificazione simbolica e relazione con eventi o immaginari storici, diventa parte della memoria della città.
Il Caffè de Paris appartiene potenzialmente a questa categoria.
Non perché ogni locale storico debba essere vincolato.
Ma perché alcuni luoghi commerciali cessano di essere semplici luoghi commerciali quando diventano scena stabile della città.
Via Veneto senza il Caffè de Paris non perde solo un esercizio.
Perde un segno.
Perde una parola del proprio vocabolario urbano.
Perde una parte della grammatica con cui Roma è stata raccontata nel mondo.
Il valore non è solo architettonico
Uno degli aspetti più importanti della lettera è che la richiesta di tutela non sembra limitarsi all’involucro edilizio.
Il Comitato richiama anche la destinazione d’uso storica, l’insegna, gli elementi caratterizzanti, gli eventuali arredi rimasti o ricostruibili, la funzione pubblica del locale e la sua relazione con la memoria di Via Veneto.
Questo è il punto più delicato e più moderno del dossier.
Nelle città storiche contemporanee, infatti, la perdita non avviene sempre attraverso la demolizione.
A volte il bene resta fisicamente in piedi, ma viene svuotato di senso.
La facciata rimane.
Il nome scompare.
Lo spazio sopravvive.
La funzione cambia.
La memoria viene cancellata.
Il risultato è una forma di perdita più sottile: non la distruzione materiale del luogo, ma la sua neutralizzazione culturale.
Il rischio, nel caso del Caffè de Paris, è esattamente questo: che il locale venga assorbito in una più ampia trasformazione immobiliare e perda la propria riconoscibilità storica.
Per questo la questione non è solo “riaprire”.
La questione è riaprire senza cancellare.
Via Veneto non è il contorno: è parte del bene
Il Caffè de Paris non può essere compreso separandolo da Via Veneto.
Il locale non è diventato un simbolo in una strada qualsiasi.
È diventato un simbolo perché Via Veneto, in una precisa stagione storica, è stata una piattaforma internazionale dell’immagine di Roma.
Alberghi, caffè, ristoranti, fotografi, giornalisti, attori, registi, turisti stranieri, diplomatici, imprenditori, aristocrazia cosmopolita e industria cinematografica componevano un ecosistema.
Il Caffè de Paris era uno dei luoghi in cui questo ecosistema diventava visibile.
Per questo la sua chiusura non ha lo stesso significato della chiusura di un normale locale commerciale.
In una strada ordinaria, la sostituzione di un esercizio può essere fisiologica.
In una strada simbolica, la perdita di un luogo iconico produce un danno di immagine che riguarda l’intero sistema urbano.
Via Veneto non è solo un indirizzo.
È un marchio culturale internazionale.
E i marchi urbani, quando non vengono curati, si svalutano.
Il nodo economico: la memoria produce valore
Roma tende spesso a separare cultura ed economia.
È un errore.
Il caso Caffè de Paris dimostra esattamente il contrario: la memoria urbana è anche capitale economico.
Un luogo iconico produce valore non soltanto per chi lo gestisce, ma per l’intero contesto.
Produce reputazione.
Produce attrattività turistica.
Produce racconto.
Produce valore immobiliare.
Produce posizionamento internazionale.
Produce traffico qualificato.
Produce identità commerciale per la strada.
Produce contenuto culturale spendibile nel mondo.
Quando un luogo così resta chiuso, la perdita non è soltanto del proprietario o del gestore.
È una perdita collettiva.
Non perché la proprietà privata venga meno.
Ma perché l’asset simbolico che quella proprietà contiene ha effetti esterni sulla città.
In termini di economia urbana, il Caffè de Paris è un bene con esternalità reputazionali.
Se funziona, rafforza Via Veneto.
Se resta chiuso, indebolisce Via Veneto.
Se viene banalizzato, impoverisce Roma.
Il vero danno: l’assenza
Il Caffè de Paris oggi non produce più economia urbana.
Produce assenza.
E l’assenza, quando riguarda un luogo ad altissima riconoscibilità, è essa stessa un messaggio.
Ogni turista che passa davanti a una vetrina spenta riceve un segnale.
Ogni residente che vede il progressivo spegnimento di Via Veneto percepisce una perdita.
Ogni investitore che osserva la difficoltà di Roma nel riattivare un luogo simbolico registra un problema di governance.
Ogni operatore turistico comprende che il brand della Dolce Vita viene evocato nei discorsi pubblici ma non sempre protetto nei suoi luoghi reali.
Questa è la contraddizione romana.
La città continua a usare l’immaginario della Dolce Vita come capitale narrativo, ma consente che uno dei suoi luoghi più riconoscibili resti prigioniero dell’abbandono.
La lettera del Comitato interviene esattamente qui: chiede di interrompere l’indifferenza istituzionale.
Il rischio della trasformazione anonima
Uno dei passaggi più sensibili riguarda il futuro immobiliare del compendio in cui si trova il Caffè de Paris.
Il tema non è la trasformazione in sé.
Le città cambiano.
Gli immobili cambiano funzione.
Gli usi si aggiornano.
Il problema nasce quando la trasformazione cancella la memoria del luogo.
Se il Caffè de Paris venisse riassorbito in una funzione alberghiera senza conservare la sua riconoscibilità pubblica, Roma perderebbe un pezzo del proprio patrimonio immateriale.
Potrebbe restare lo spazio fisico.
Potrebbe restare il piano terra.
Potrebbe perfino restare una funzione food & beverage.
Ma se sparissero nome, insegna, memoria, accessibilità, racconto e destinazione coerente, il Caffè de Paris non sarebbe più il Caffè de Paris.
Diventerebbe una superficie.
Ed è proprio contro questa riduzione che la lettera si muove.
Il punto non è impedire un progetto.
Il punto è impedire che un progetto cancelli il significato urbano del luogo.
Tutela non significa museo
C’è un rischio opposto che va evitato.
Difendere il Caffè de Paris non significa trasformarlo in un museo immobile della nostalgia.
Il locale non deve diventare una reliquia.
Deve tornare a essere una funzione viva.
La tutela ha senso solo se orienta una riattivazione.
Il Caffè de Paris dovrebbe tornare a essere un luogo aperto, riconoscibile, coerente con la sua storia, capace di intercettare una domanda contemporanea di qualità, cultura, ospitalità, racconto urbano e internazionalità.
Il vincolo, se mai arrivasse, non dovrebbe essere interpretato come congelamento.
Dovrebbe essere interpretato come cornice.
Una cornice entro cui costruire un progetto di riapertura compatibile con la memoria del luogo.
La vera alternativa non è tra vincolo e sviluppo.
La vera alternativa è tra sviluppo qualificato e banalizzazione.
La proprietà privata e l’interesse pubblico
La lettera del Comitato contiene un punto politicamente rilevante: la tutela non viene presentata come atto ostile verso la proprietà.
Questa precisazione è fondamentale.
Un luogo può essere privato e, allo stesso tempo, avere un interesse pubblico.
La proprietà privata resta un principio essenziale.
Ma nelle città storiche esistono beni che, pur appartenendo a soggetti privati, incorporano valori collettivi.
Il Caffè de Paris è potenzialmente uno di questi.
Il suo nome, la sua storia, la sua posizione e la sua relazione con Via Veneto lo collocano in una dimensione che supera il normale mercato immobiliare.
Un eventuale riconoscimento culturale non dovrebbe quindi essere letto solo come limite.
Potrebbe diventare anche un fattore di valore.
Un Caffè de Paris riconosciuto, tutelato e riattivato potrebbe avere una forza reputazionale superiore a quella di una generica destinazione commerciale o alberghiera.
Ma perché questo accada serve una regia.
Serve un equilibrio tra proprietà, istituzioni, tutela e progetto economico.
Senza questo equilibrio, il rischio è duplice: o il luogo resta chiuso, o riapre perdendo se stesso.
Il decoro urbano non è un dettaglio
La lettera chiede anche misure urgenti di decoro urbano.
Questa richiesta potrebbe sembrare secondaria rispetto al tema del vincolo.
Non lo è.
Il decoro, in questo caso, non è una questione ornamentale.
È una questione reputazionale.
Il Caffè de Paris si trova in una delle strade italiane più conosciute al mondo. Il suo stato di abbandono è parte dell’esperienza urbana di Via Veneto.
Non è nascosto.
Non è periferico.
Non è marginale.
È un segnale quotidiano nel centro della Capitale.
Per questo il tema del decoro va considerato come primo livello di intervento pubblico, anche prima della conclusione di qualsiasi procedimento culturale.
Una città può impiegare tempo per decidere il destino di un bene complesso.
Ma non può permettere che, nel frattempo, quel bene produca degrado visivo, sfiducia e svalutazione simbolica.
L’Albo delle Botteghe Storiche: il secondo binario
Accanto alla richiesta di attivazione della Soprintendenza, il Comitato propone l’iscrizione del Caffè de Paris nell’Albo delle Botteghe Storiche e dei Locali di Tradizione di Roma Capitale.
È una proposta significativa perché introduce un secondo binario.
Da una parte c’è la tutela culturale statale.
Dall’altra c’è il riconoscimento comunale del valore storico-commerciale.
I due strumenti non coincidono, ma possono dialogare.
Il Caffè de Paris, infatti, ha una doppia natura.
È un possibile bene di interesse culturale per la sua relazione con la storia urbana, cinematografica e sociale di Roma.
Ma è anche un luogo commerciale storico, legato alla funzione pubblica della strada, alla tradizione dei caffè, alla socialità urbana e all’economia dell’ospitalità.
Questa doppia natura richiede una doppia lettura.
Solo culturale sarebbe incompleta.
Solo commerciale sarebbe riduttiva.
Il Caffè de Paris è entrambe le cose.
Ed è proprio questa sovrapposizione a renderlo importante.
Il tavolo istituzionale: uscire dalla paralisi
La richiesta di aprire un tavolo istituzionale è probabilmente il passaggio più concreto della lettera.
Perché il caso Caffè de Paris non può essere risolto da un solo soggetto.
Non basta il Comitato.
Non basta il Comune.
Non basta la Soprintendenza.
Non basta la proprietà.
Non basta il Municipio.
Serve una sede in cui tutti gli elementi vengano messi insieme: tutela, proprietà, destinazioni d’uso, decoro, memoria, sostenibilità economica, funzione pubblica, progetto urbano.
Il vero problema, infatti, è la frammentazione.
Il Caffè de Paris è contemporaneamente:
un caso culturale;
un caso commerciale;
un caso immobiliare;
un caso turistico;
un caso reputazionale;
un caso urbanistico;
un caso di governo del centro storico.
Se ciascun pezzo resta separato, la paralisi continua.
Se invece viene costruita una regia, il caso può diventare un modello.
Roma ha bisogno proprio di questo: non solo singole autorizzazioni, ma governo dei luoghi simbolici.
Che cosa dovrebbe fare Roma Capitale
Roma Capitale ha davanti una possibilità concreta.
Può trattare la lettera come una normale sollecitazione civica, destinata a restare agli atti.
Oppure può usarla come punto di partenza per costruire una posizione pubblica sul Caffè de Paris.
La seconda opzione richiederebbe alcuni passaggi chiari.
Primo: acquisire formalmente la lettera e la documentazione allegata.
Secondo: verificare lo stato amministrativo, urbanistico, edilizio e commerciale del locale e del compendio immobiliare.
Terzo: predisporre una relazione tecnica sul valore storico, urbano e culturale del Caffè de Paris.
Quarto: trasmettere alla Soprintendenza una richiesta motivata di valutazione per l’avvio del procedimento.
Quinto: valutare il percorso per il riconoscimento del locale come attività storica o luogo di tradizione.
Sesto: convocare un tavolo con proprietà, Municipio, Soprintendenza, Sovrintendenza Capitolina e rappresentanze territoriali.
Settimo: definire misure immediate di decoro e comunicazione pubblica.
Ottavo: chiarire quale funzione futura sia compatibile con la memoria del luogo.
Questo non significa sostituirsi alla proprietà.
Significa esercitare una responsabilità pubblica.
Che cosa dovrebbe valutare la Soprintendenza
La Soprintendenza, qualora investita formalmente, dovrebbe compiere un lavoro istruttorio rigoroso.
Il punto non è confermare una tesi già scritta.
Il punto è verificare se il Caffè de Paris presenti un interesse culturale effettivo, documentabile e giuridicamente tutelabile.
Servirebbe quindi un dossier con fonti storiche, fotografie, rassegna stampa, materiali audiovisivi, riferimenti cinematografici, testimonianze, documentazione urbanistica, storia commerciale del locale, ricostruzione degli arredi, analisi del rapporto con Via Veneto e comparazione con altri luoghi storici riconosciuti.
Questo lavoro avrebbe valore anche indipendentemente dall’esito finale.
Perché Roma, oggi, non dispone di una narrazione amministrativa compiuta del Caffè de Paris.
Dispone di memorie, articoli, immagini, racconti, citazioni, frammenti.
Ma un bene culturale non vive solo di evocazione.
Deve essere ricostruito come oggetto pubblico.
La lettera del Comitato chiede esattamente questo: trasformare la memoria dispersa in istruttoria.
Non basta riaprire: bisogna riaprire bene
Nel dibattito pubblico la formula più usata è: “bisogna riaprire il Caffè de Paris”.
È una formula corretta, ma insufficiente.
Riaprire come?
Con quale funzione?
Con quale accessibilità?
Con quale rapporto con Via Veneto?
Con quale conservazione del nome?
Con quale racconto storico?
Con quale progetto economico?
Con quale qualità architettonica?
Con quale ruolo nella nuova identità della strada?
Il Caffè de Paris non può essere riaperto come un locale qualunque.
Non può diventare una scenografia turistica senz’anima.
Non può essere ridotto a una lobby.
Non può essere trasformato in un brand privato senza relazione con la città.
Non può essere lasciato chiuso in attesa che il tempo cancelli il problema.
La riapertura deve essere parte di un progetto urbano.
Altrimenti il rischio è che Roma perda il Caffè de Paris due volte: prima con la chiusura, poi con una riapertura sbagliata.
Via Veneto e il fallimento della nostalgia
Il caso Caffè de Paris dice anche qualcosa di più ampio su Via Veneto.
La strada non può vivere solo di nostalgia.
La Dolce Vita non tornerà come negli anni Cinquanta e Sessanta.
E non deve tornare come replica artificiale.
Le città non si rigenerano copiando il proprio passato.
Si rigenerano quando riescono a trasformare il passato in valore contemporaneo.
Via Veneto dovrebbe essere esattamente questo: non un museo della mondanità perduta, ma un distretto urbano di ospitalità, cultura, cinema, fotografia, eleganza, alta ristorazione, alberghi, eventi, memoria e nuova internazionalità.
Per arrivarci, però, bisogna proteggere i nodi identitari che ancora possono dare senso alla strada.
Il Caffè de Paris è uno di questi.
Se Roma non riesce a governare neppure il destino di un luogo così riconoscibile, diventa difficile immaginare una vera strategia per Via Veneto.
Il Caffè de Paris come test per Roma
Il Caffè de Paris è un test.
Misura la capacità della Capitale di riconoscere il valore dei propri simboli prima che diventino archeologia commerciale.
Misura la capacità delle istituzioni di coordinarsi.
Misura la capacità della proprietà privata di dialogare con l’interesse pubblico.
Misura la capacità della Soprintendenza di valutare non solo monumenti tradizionali, ma anche luoghi della modernità urbana e del costume.
Misura la capacità del Municipio e del Comune di trasformare una sollecitazione territoriale in un percorso amministrativo.
Misura, soprattutto, la capacità di Roma di passare dalla retorica alla cura.
Perché Roma è abilissima a evocare i propri miti.
Lo è molto meno nel proteggerne le tracce materiali.
La Dolce Vita viene usata come immagine, come brand, come richiamo turistico, come citazione internazionale.
Ma quando uno dei luoghi che quella immagine ha contribuito a costruire resta spento per anni, la città mostra tutta la distanza tra narrazione e governo.
Perché Roma Economia Urbana pubblica questa lettera
Roma Economia Urbana pubblica questa lettera non come semplice documento di parte, ma come materiale utile alla discussione pubblica.
La vicenda del Caffè de Paris non può essere compresa se resta confinata nella nostalgia o nella cronaca immobiliare.
Ha bisogno di documenti.
Ha bisogno di procedure.
Ha bisogno di nomi, date, responsabilità, strumenti, ipotesi e decisioni.
La lettera del Comitato Rione Ludovisi ha questo merito: introduce una traiettoria possibile.
Non risolve il caso.
Ma lo qualifica.
Indica alle istituzioni una strada: verificare se il Caffè de Paris sia tutelabile come bene culturale, riconoscibile come luogo storico, recuperabile come funzione urbana e reinseribile in una strategia più ampia per Via Veneto.
Da questo momento, il tema non è più soltanto se il Caffè de Paris debba riaprire.
Il tema è se Roma intenda riconoscere formalmente il valore del Caffè de Paris prima che il tempo, l’abbandono o una trasformazione anonima lo rendano irrecuperabile.
Una città si giudica anche da ciò che decide di non perdere
La lettera del Comitato Rione Ludovisi pone una domanda semplice e radicale.
Il Caffè de Paris è ancora un luogo della memoria viva di Roma o è ormai soltanto una superficie immobiliare in attesa di nuova destinazione?
Da questa risposta dipende molto più del futuro di un locale.
Dipende il modo in cui Roma considera i propri simboli urbani.
Le città non perdono identità solo quando vengono demoliti i monumenti.
La perdono anche quando i luoghi della vita collettiva vengono lasciati spegnere, svuotare, banalizzare o assorbire da funzioni anonime.
Il Caffè de Paris è stato uno dei nomi attraverso cui Roma ha parlato al mondo.
Oggi è uno dei silenzi attraverso cui Roma mostra la propria difficoltà a governare la memoria.
Per questo la richiesta del Comitato non va letta come un gesto nostalgico.
Va letta come una domanda di responsabilità pubblica.
Il vincolo culturale, se verrà valutato, non sarà la conclusione del dossier.
Sarà l’inizio di una discussione più seria sul futuro di Via Veneto.
Perché il punto non è congelare il passato.
Il punto è impedire che Roma perda, per inerzia, uno dei luoghi che l’hanno resa riconoscibile.
Una città non si giudica solo da ciò che costruisce.
Si giudica anche da ciò che decide di non perdere.
Nota redazionale
La lettera integrale del Comitato Rione Ludovisi, inviata alle istituzioni competenti il 30 aprile 2026, viene pubblicata da Roma Economia Urbana come documento del dossier sul Caffè de Paris e su Via Veneto.